Nel silenzio di Sant’Egidio

Non è nel nostro proposito, meno ancora nelle nostre possibilità, stendere una storia dell’abazia di S. Egidio in Sotto il Monte Giovanni XXIIL Difficile lottare contro il silenzio dei secoli, rifare a ritroso un cammino di quasi mille anni. Senza dire che si sospetta esistesse qualche simulacro di edificio ancora antecedente: forse una specie di sacello, un tabernacolo di preghiera e di solitudine, a dar senso e sollievo al lavoro dei boschi e dei campi. Un tempo circa di mille anni: intessuti di quali vicende? popolati di quali personaggi? È presunzione per tutti cercare di svelare i segreti sepolti in così fitto silenzio. Diciamo anche che allo stato attuale dei documenti (tutto è stato distrutto, rapinato, disperso) è impossibile ricostruire una storia veridica. Senza dire che sempre il meglio dei monasteri rimane avvolto nell’anonimato. Cosa che coincide con la stessa vocazione monacale, ed è più conforme allo spirito di quegli uomini che qui vissero il loro «ora et labora» per più di quattro secoli: gente che ha scelto il nascondimento, la rinuncia al mondo fino a rendersi ad esso stranieri ed esteriori: «extra mundum fieri» come è scritto nella loro regola. Gente senza nome, confusa con i poveri e gli umili che devono aver popolato fino a ieri queste dimenticate contrade.

Tuttavia, protagonisti di una grande Storia, quella della formazione della vita civile del nostro popolo, la storia della fondazione dell’Europa. Una storia che non è scritta solo da imperatori e pontefici, da grandi abati e generali e condottieri di eserciti, ma prima ma di tutto è scritta dalle plebi, appunto dai poveri, da quanti non hanno un nome proprio negli annali; e sono essi invece a determinare, più degli altri, il cammino del mondo. Note, queste, che possono introdurre a una «diversa» lettura della storia; alla lettura che non prescinda, ad esempio, dalle forze spirituali operanti nel segreto, e tanto meno prescinda dalla presenza del «misterioso». Una lettura ispirata alla concezione popolare della storia, più che a una sua concezione aristocratica.

S. Egidio, ad esempio – senza anticipare quanto verrà detto in seguito -, fa parte di una corona di monasteri fioriti tutti intorno a un monte, fino ad oggi dai più anziani chiamato «Monte dei Frati», il monastero di Pontida sul versante nord; quasi in cima il monastero di S. Bartolomeo, – senza dimenticare la chiesa di S. Barbara del Canto Basso; poi il nostro S. Egidio sul fianco sud; poi il monastero di Botta all’inizio della salita; e un’altra chiesetta verso la località di Brusicco, per dire delle case di preghiera e di lavoro unite l’una all’altra intorno sulla stessa montagna. E, ai suoi piedi, in faccia alla vasta pianura che si apre davanti agli Appennini, il paese di papa Giovanni: fino a ieri uno dei più sconosciuti villaggi del mondo; ed ora visitato, in questi ultimi trent’anni, da milioni di pellegrini. Per dire come va qualche volta (o forse sempre?) la storia.

E poiché pensiamo che nulla viene a caso, e nulla vi è di interrotto nel tempo, e che forse la legge più influente nel mondo è proprio la storia come mistero: un mistero che poi non è così incomprensibile quanto si suppone; inoltre, poiché la Scrittura dice che « mille anni davanti a Dio sono come un giorno solo », e che nessun sacrificio è vano né mai una preghiera resta inascoltata anche se noi non sappiamo il tempo e il modo del suo esaudimento, nessuno potrebbe negare che – appunto in questo piano misterioso – l’apparizione di papa Giovanni non sia un frutto di quei sacrifici lontani e di quelle millenarie preghiere; oltre che, naturalmente, un prodotto di quella civiltà dei campi: dell’apparizione di lui più che monaco, vero contemplativo; di lui venuto da questo centro di vita benedettina; vita di secoli di una delle più forti famiglie religiose di tutta la chiesa; è lui – papa contadino – che segna, anche se non da solo, l’inizio dei nostri tempi nuovi…

Per dire l’importanza del luogo dove ora preghiamo e lavoriamo; dove ora vengono molti a pregare e a meditare: in questo luogo di silenzio dove il patriarca Giuseppe Roncalli, fino al giorno prima di essere papa, saliva ogni anno a piedi – rivelando a questi radi contadini di venir sempre volentieri – «perché – diceva – nel silenzio di S. Egidio sento meglio il Signore». Era quanto ci premeva di dire a tutti i visitatori (perché non riconquistare lo spirito antico dei pellegrini?), più che esporre le «curiosità» della storia. O meglio: per mettere ciascuno in grado di immergersi nel suo mistero e andare oltre la così superficiale comprensione del turista. Con tale animo è sufficiente sapere poche cose, le essenziali precisamente.